Paola Martelli

Testi critici

Valerio Dehò - Critico d'arte

True love. Amore eterno. For ever.

Nella sua ricostruzione “plastica” dell’universo, quasi un progetto di ispirazione futurista alla Depero, Paola Martelli ci ha abituato ad una pressoché infinita gamma di personaggi e di combinazioni colorate.

La sua scelta verso i materiali plastici discende sia dalla componibilità degli stessi in una forma variabile, sia dal fatto che questi “rappresentano” la società contemporanea nei suoi aspetti costitutivi: il prodotto industriale, la derivazione dagli idrocarburi, il processo chimico, la producibilità ad libitum, etc. Poi la “plastica”, termine generico che andrebbe sempre declinato nelle sue occorrenze, viene collegata alla scienza e soprattutto alla tecnica, la grande novità legata nel Novecento all’idea di un progresso umano senza limiti. Il mondo della ricerca e quello dell’arte in questo caso corrono paralleli. Inoltre fa parte di una storia italiana poiché è Giulio Natta, premio Nobel per la chimica nel 1963, assieme al tedesco Karl Ziegler, che inventa e perfeziona il polipropilene, una sostanza dalle immense possibilità d’uso nel vivere di tutti i giorni.

A questo derivato del petrolio, a questo elemento ormai così comune, che è organico a tutti gli effetti mentre sembra provenire nell’immaginario collettivo soltanto da ricerche industriali e “artificiali”, va attribuito il merito di avere cambiato la vita comune di gente comune. Poi come materiale ha dalla sua la leggerezza, una facilità di lavorazione, la trasparenza e come tutti i prodotti industriali, una reperibilità più semplice. Per questo le sculture di Paola Martelli mettono insieme una visione, sempre ironica e divertita, di un mondo ricostruito dalle sue forme più elementari, con esseri umani, uccelli, pesci, parole, messi insieme in modo spontaneo e apparentemente caotico.

Del resto l’intuizione dell’artista è stata quella di creare una propria storia che parlasse della realtà con lo sguardo innocente e semplice delle scoperte infantili. Molta arte del secolo scorso ha cercato di recupera l’innocenza dello sguardo. La stessa “componibilità” delle sculture sembra un meccano coloratissimo che possa sempre essere smontato e riassemblato in qualsiasi momento. La plastica ha cambiato la nostra percezione del mondo e ha cambiato il rapporto tra l’uomo e la natura, tra l’artificiale e il naturale.

L’universo che viviamo ha sempre qualcosa di plasticoso anche perché dentro la vita di tutti i giorni i materiali plastici sono parte integrante del nostro modo di vivere. Mentre la scultura tradizionale in bronzo o in marmo richiede l’intervento di laboratori e tecnologie, lavorare la plastica in questo caso diventa simile al creare dei collage.

Ma mentre l’uso di questo materiale nelle avanguardie degli anni sessanta serviva per dimostrare come l’arte dovesse porsi in una dimensione produttiva astratta rispetto ai metodi tradizionali, in questo caso il gap concettuale viene superato in una chiave di gioco e di componibilità. Tutto il lavoro dell’artista raccoglie e riunisce molte idee emerse nel corso del novecento, in chiave di libertà da parte dell’artista non solo di interpretare il mondo, ma soprattutto di crearne uno proprio, tema che è stato affrontato in una delle ultime edizioni della Biennale di Venezia.

Paola Martelli in questa nuova serie di lavori prosegue il suo discorso, ma nello stesso tempo lo mette a confronto direttamente con un elemento esplicitamente naturalistico. Il tronco di un vecchissimo albero è diventato il supporto per una serie di nuovi lavori dedicati al tema dell’amore. Del resto proprio sui tronchi si scrivevano, e forse ancora si scrivono, frasi di innamoramenti non solo giovanili. Prima degli sms e in tempi in cui probabilmente gli alberi erano più presenti nella vita quotidiana delle persone, erano il supporto per promesse eterne, per dichiarazioni pubbliche, una sorta di social network degli innamorati. Le iniziali degli amanti con il relativo corredo di cuori più o meno infranti, sono un patrimonio di archeologia sentimentale che queste opere evocano in modo semplice ed esplicito. Il vecchio tronco genera nuove storie in cui l’arte gioca un ruolo diretto.

Paola Martelli non solo ha rinverdito la sua vena pop ma ha usato come contrasto dialettico l’elemento naturale per giustapporlo alla “sua” plastica. Il risultato estetico è quello di un piacevole ossimoro visivo proprio perché la densità dei materiali è così diversa. La scabrosità del legno, le pieghe, le linee che marcano il tempo, formano un contrappunto piacevole con la luminosa superficie liscia delle sculture.

Il tema della natura viene evidenziato anche dalla presenza degli animali del bosco, il resto è un peace and love che ci fa pensare di vivere seppur temporaneamente in un territorio di sentimenti durevoli, di eternità promesse e mantenute.

Non è un caso che l’opera di un artista americano importante come Robert Indiana sia proprio il suo “LOVE”, diventato un logo internazionale, anche un ricercato e policromo zerbino. C’è bisogno di amore, punto e basta.

Ma la Martelli tenta anche strade artisticamente più complesse con inserimenti di materiali diversi oltre al perspex colorato, coroncine, materiali recuperati, una via verso l’assemblaggio che ha sempre praticato senza magari approfondirla in modo particolare. Ma soprattutto in questa serie di opere si verifica quell’avvicinamento temporale tra la pianta centenaria e la contemporaneità evocata dai materiali plastici.

Un piccolo omaggio all’eternità dell’arte oltre che dell’amore. Un’occasione anche per mettere insieme la poetica dell’artista con la sua disposizione a vedere nella pratica estetica un modo di amare la vita senza “se” e senza “ma”, con la spontaneità di chi ci ha sempre creduto.

Plastic City

Vi è un sentimento comune del tempo nei lavori recenti di Paola Martelli, che unisce direttamente la scelta dei soggetti e dei materiali.
Sembra che la scultrice bolognese abbia intrapreso una strada che porta direttamente ad una lettura della realtà per forti sintesi. Una realtà semplificata e colorata che parte da anomali materiali industriali per sommare esperienze di forme dolcemente ironiche, sempre pronte a sorprendere. Quello che l’artista riesce a creare è una sorta di universo magico ma anche un po’
spiazzante.

Non vi è la scoperta di un mondo ulteriore, quanto la proposizione di una visione personale. La stretta contemporaneità del suo lavoro viene fuori direttamente da questa unione tra l’apparenza e la materia, si sostanzia una connessione che la scultura rende complessa e che si gioca tutta sulla variabilità dei punti di vista.
Del resto la mutevolezza è propria del lavoro di Paola Martelli che ha spesso indagato il gioco delle trasparenze e delle interpolazioni visive. Non delle vere e proprie aberrazioni, ma una sorta di gioco a nascondere e celare provvisoriamente allo sguardo aspetti dell’opera che richiedono un tempo più esteso della fruizione.

Proprio la sua esperienza di oltre 30 anni di arte e di passione per la ricerca, le consente ora di inaugurare una nuova stagione estremamente fresca e interessante.

In questi ultimi lavori prevale l’aspetto ludico e quindi infantile. Un’infanzia rivisitata, adulta, come in tutta la tradizione della grande arte da Paul Klee in avanti. Pur usando materiali plastici industriali l’artista fedele alla propria poetica realizza comunque personalmente ogni dettaglio delle sue sculture. Altri artisti come Lodola hanno messo in piedi una vera e propria factory e si limitano al progetto e ad alcuni interventi di colore. Un lavoro non semplice soprattutto per arrivare a dei risultati convincenti e definitivi, ma anche un lavoro che mette in luce la capacità di voler partecipare alla realtà contemporanea con una scelta di leggerezza e di comunicazione più diretta della propria personale visione. La Martelli sceglie un linguaggio deliberatamente semplificato per aprire una nuova porta più intensa ed oggettuale alla sua scultura, spostando la cultura verso le aree semantiche del design e della ipotetica replicabilità. Una scelta concettuale che allarga il suo lavoro e lo salda alle espressività più contemporanee.

L’artista crea quasi un proprio universo in cui il mondo si riflette: uomini, cose, animali diventano una felice appendice di questa realtà. La memoria dell’arte va a Depero e alla sua irrelata capacità di manifestare un universo variabile di cose e personaggi come se fosse compito dell’artista creare una realtà parallela e festante.
Così abbiamo di fronte un mondo sintetico e baloccoso in cui però nel fondo si agita l’inquietudine per un implicito elogio dell’artificio.

Franco Farina - Conservatore del Palazzo dei Diamanti

Per questa personale ti so impegnata a progettare e realizzare costruzioni tridimensionali secondo rapporti spaziali, dove vuoti e pieni, sempre contrappuntati, vengono calibrati ed esaltati da compatte e colorate superfici perfettamente laccate secondo peso ed incidenze cromatiche che si impongono per equilibrio ed austerità.
Si tratta infatti di composizioni plastico – architettoniche , in ultima analisi di sculture , non desunte dalla natura, che richiedono doti artigianali notevolissime, guidate da un’attenta ricerca progettuale. Il presupposto anche per questi tipo di lavoro resta la creatività non disgiunta dall’esigenza del fare, del fare in maniera inappropriata, dove eleganze rigorose rifuggono dall’improvvisato e dall’occasionale.

E non è tanto il materiale plastico ad indurre quest’effetto. La plastica è naturale quanto la carta, ma è l’effetto complessivo che determina uno straniamento nello spettatore. In particolare è proprio la minuziosità, la straordinaria attenzione per i particolari di Paola Martelli che fa nascere questa particolare attenzione verso un immaginario da second life. Ma vi sono non soltanto effetti visivi globali a tenere banco, l’artista sa cogliere soluzioni grafiche raffinate, effetti in cui la multivisione genera realtà complesse.
Proprio la semplicità e la cura del dettaglio fanno nascere questa sensazione nello spettatore che è invitato sempre a procedere oltre, a non soffermarsi al primo sguardo.
I materiali industriali trovano una nuova vita in questo personalissimo universo che ha l’immediatezza dell’infanzia e la cura di un lavoro da grande professionista. Ogni comunicazione avviene in modo diretto, quasi facile e spontaneo.
Paola Martelli non ha paura certo di fare delle sculture che abbiano elevate qualità estetiche, sa che ogni seduzione anche quella più libera, deve passare attraverso gli occhi. E sa bene che spesso gli eventi, anche i più drammatici, da cui dovrebbe dipendere il nostro destino, succedono la prima volta come parodia di se stessi.
L’Universo a volte si riflette in modo bizzarro e stupefacente nello specchio dell’arte. La sua ironia è dunque il quotidiano che fa lo sgambetto al concetto comune di “bello” e di “bellezza”, è l’immediatezza delle cose o delle figure, che corregge la malinconia dello spirito e la rigidezza dei contegni. Le sue creature hanno la paciosità di quelle domestiche e possono essere definite aforismi figurati e concettuali. Paola Martelli realizza un’arte fortemente narrativache ha le movenze dell’apologo, del raccontoin cui una morale si nasconde agli sguardi più indiscreti. Quello che è messo in crisi da tanta sincerità è il mito stesso della “verità”, perché il pensiero è costretto ad andare oltre e poi tornare sui suoi passi per accertarsi che tutte le conseguenze siano state verificate e che quello che si vede non corrisponde a degli schemi consueti, costringendo il pensiero ad andare oltre, ad abbandonare ogni stabile certezza.
In fondo è questo l’aspetto più consequenziale di questa arte così dichiarativa ed esplicita: costringere comunque ad una riflessione sui fondamenti del fare arte e su quello che spettatori come noi possono domandare.

Pierre Restani - Critico

Paola Martelli ha avuto dei presentatori prestigiosi, storici e critici d’arte di grande rinomanza, ma nessuno ha voluto arrivare fino al fondo delle cose.
Matta, con l’istinto del suo talento da pittore ha trovato le parole, le più semplici e le più giuste: “Il cuore è un occhio”. Il testo scritto da Matta del 1980 termina on una frase diretta alla donna e all’artista: “…il tuo corpo è un occhio o una mano che fa la tua vita mentale…”

I temi corrispondono a evidenti opzioni culturali, ma anche agli impulsi profondi: sono dei pretesti che si offre l’artista per ritrovare la vera gioia di dipingere ed il pieno uso del suo talento, il senso innato del disegno e del colore.

Nicola Sinisi - Assessore alla cultura del comune di Bologna (1987)

L’artista va da tempo intrattenendo un dialogo con le grandi opere dei maestri del nostro Rinascimento: testi che essa rilegge con sensibilità profondamente calata entro la cultura del tempo presente, consapevole delle inquietudini che l’attraversano e della problematicità con cui la nostra età ripensa alla tradizione.

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